giovedì 23 aprile 2015

Più programmatic per tutti

Comunque la metta, il fatto è che mi sento inadeguata. Ci posso anche scrivere sopra qualche post al vetriolo, così tanto per levarmi un sassolino dalla scarpa, ma dentro mi rimane quella sensazione di non saperne abbastanza, di non essere preparata a dovere, sì insomma, di non essere all'altezza della situazione.
Questa storia che il marketing ormai è solo digital e che se non ne conosci i meccanismi sei fuori gioco mi sta perseguitando e io - che soffro un pò della sindrome da prima della classe - non voglio rimanere indietro, perciò da brava secchiona ho messo in atto un piano d'azione per rimediare a questa lacuna: per prima cosa iscrizione al corso Marketing in a Digital World su Coursera.org (lo stesso dove ho seguito l'SDA Bocconi Managing Fashion & Luxury companies), a costo zero e fruibile a qualsiasi ora (basta rispettare il timeframe del corso), poi partecipazione a qualche seminario su temi particolarmente caldi. 
Ecco, parliamo per esempio di Programmatic Advertising, un argomento che tutti i markettari giureranno di conoscere se viene loro chiesto, mentre smanetteranno contemporaneamente sotto al banco con il loro smartphone, a caccia della definizione Wikipedia da recitare a memoria. Perciò non mi è sembrato vero quando ho scoperto che a Milano si sarebbe tenuto il #ProgrammaticDay, mi ci sono iscritta subito e ieri, alle 8:45, ero là in fila insieme agli altri sfigati che, come me, cercavano inutilmente di arrivare al banco accrediti (non entro nel dettaglio, dico solo che raramente ho visto il desk registrazione in una posizione così assurda - a ridosso delle scale - e receptionist tanto graziose quanto bradipo-style). Comunque, grazie ad una serie di fortuiti accadimenti che di solito non mi capitano MAI (col senno di poi, avrei dovuto sfruttare il buon momento per giocare un terno secco sulla ruota di Milano), mentre il resto del pubblico fa la fila io riesco non so come a registrarmi (per modo di dire, perchè il mio nome non lo trovano e mi fanno un badge a penna) e raggiungere la sala ancora semivuota, così da scegliere il posto più comodo (inizio fila corridoio centrale, l'ideale per battere in ritirata nel caso serva, senza scomodare chi è seduto a fianco).
La debug agli accrediti è davvero colossale, l'evento parte con tre quarti d'ora di ritardo e io comincio a chiedermi se l'averlo chiamato "programmatic" non abbia portato sfiga, perchè qui la programmazione è già saltata.
Il programma in realtà poi filerà via più o meno liscio, intervallato da una pausa caffè e da un light lunch niente male (ho trangugiato 3 minipanini con diversa imbottitura, un panzerottino e i due minidessert), alcuni interventi più interessanti di altri, qualche relatore un pò più prolisso e qualcuno più brillante (a dirla tutta, su almeno un paio ho avuto episodi di abbiocco totale, speriamo di non aver russato), ma nella media una giornata più che positiva che mi ha insegnato che:

- la definizione più semplice (e concreta) del programmatic è "il modo di comprare tramite internet spazi pubblicitari su internet"
In pratica fino ad oggi andavamo pontificando della tracciabilità, misurabilità ed aggiustabilità in tempo reale del mezzo - prodotto della programmazione - però lo pianificavamo, vendevamo e compravamo allo stesso modo delle reclame di Carmencita e il caffè Paulista nel Carosello.

- il mercato si sta spostando dalle Open Auction (o RTB, Real Time Bidding) ai Private Deal, privilegiando la qualità anche se ad un prezzo più alto, rispetto a sparare nel mucchio a basso costo. 
Un po' come diceva mia mamma, "meglio un cappotto solo, ma buono".

- il programmatic fa bene all'azienda che spende meglio i suoi soldi, ma anche al consumatore: una donna all'ottavo mese di gravidanza sarà più felice se non deve litigare per chiudere un overlay che reclamizza la nuova collezione Victoria Secret.

- anche il planner media è più contento se compra in programmatic, perchè ci mette molto meno tempo a comporre un piano che abbia senso, mentre prima ci voleva così tanto lavoro che finiva per rifilare sempre più o meno lo stesso piano al cliente, facendo solo qualche aggiustamento.
Ecco cos'era quel deja vu che mi prendeva quando visionavo un nuovo piano...

- il programmatic si basa sullo studio e l'analisi dei dati per essere efficiente; se i dati mancano o sono insufficienti è a rischio il punto che precede. 
Non voglio sembrare sempliciona, ma mi viene da dire "e grazie al c....!

- "il comportamento del consumer viene tracciato in rete attraverso i cookie; se però accede da mobile è un problema, perchè questo device i cookie non li prevede". 
E' un problema sì, visto che in Italia si vendono molti più smartphone che pc.

- per occuparsi di programmatic serve la barba.
Questa è una mia deduzione, perchè ce l'aveva praticamente la totalità degli uomini in sala. 
Se sei donna magari puoi provare a non depilarti, a meno che non ti piaccia l'effetto Conchita Wurst in total body.





giovedì 16 aprile 2015

Vorrei 2 etti di digital

Alla fine ho ceduto, l'ho fatto anche io. Ho inserito nel profilo LinkedIn, sparse quà e là nel Riassunto e nelle Competenze, con l'apparente logicità che accompagna la descrizione del proprio ruolo, una manciata di quella parolina dal significato magico ed ancestrale, una sorta di "apriti sesamo" del mondo lavorativo senza la quale il curriculum di un professionista del marketing vale meno di quello di un idraulico che si candida per una posizione di chirurgo plastico.
DIGITAL, è come gli spinaci per Bracciodiferro, la spada laser per Luke Skywalker, il botulino per Nicole Kidman: se non ce l'hai, non vai da nessuna parte.
Per carità, non discuto. Fare marketing oggi è imprescindibile dall'uso della rete e dei suoi canali, ma pensare di cambiare ritmo ad una situazione di branding un pò stitica partendo dal contenitore, ma senza avere idea del contenuto, mi pare un pò azzardato e dal risultato parecchio incerto, anche se a dare le direttive fosse Steve Jobs dall'aldilà.
Ecco, io mi sforzo di seguire il manuale dell'outplacement di successo fornitomi dal mio gentile personal counselor, su come affrontare con la giusta assertività un colloquio di lavoro per non mandarlo subito in malora, anche solo con il movimento incontrollabile del sopracciglio che si alza di tre quarti e al posto tuo recita un "ma sei veramente un somaro!" al possibile nuovo datore di lavoro, ma è difficile quando il tenore delle conversazioni è più o meno questo:

- la figura che stiamo cercando si occuperà di innovare digitalmente il marketing aziendale
- molto interessante! Quali sono gli obiettivi che volete raggiungere?
- fare marketing digital
- sì certo, ma pensate che il digitale possa aiutarvi in quale direzione?
- è tutto da costruire, dobbiamo essere innovativi...
- forse non ho capito bene, mi scusi. Immagino vorrete raggiungere nuovi prospects e guadagnare visibilità sulla concorrenza...
- siamo leader di settore, non abbiamo concorrenti
- un riposizionamento del brand?
- mah, forse...ma lei il digital lo conosce?
- conosco le potenzialità del mezzo e saprei come sfruttarle, in base agli obiettivi dell'azienda
- sì, ma quanto lo usa?
- diciamo circa 2 etti ogni chilo di attività. Può andare bene?

L'ultima battuta non è vera, non ho risposto così, però deve averlo fatto il mio sopracciglio, perchè al posto mio hanno preso un planner proveniente da un'agenzia web.

venerdì 27 marzo 2015

Ehilà, c'è qualcuno?

Facciamo un pò di conti, da quant'è che faccio la vita della casalinga disperata? Più o meno cinque mesi? Giorno più, giorno meno siamo lì, cinque mesi passati ad accudire casa e famiglia, cucinando , lavando e rassettando, con lo scrupolo e la costanza che nemmeno Cenerentola nei suoi giorni migliori da emarginata totale ha mai dimostrato.
Cinque mesi che, a dirla tutta, sono volati e che solo ora - e nemmeno tutti i giorni - che la dimensione temporale sta assumendo i termini di un congedo maternità comincio a sentire come leggermente stretta.
Cinque mesi in cui - ho controllato - non ho scritto nemmeno il più piccolo post, fossero anche due righe per fare finta di tenere aggiornato questo blog che leggo solo io e qualcuno che ci finisce per sbaglio (non si spiegherebbe altrimenti la presenza negli analytics di traffico proveniente dalla Russia), come invece mi ero ripromessa di fare nella lista dei buoni propositi, stilata in previsione dell'imminente nuovo status di disoccupata con l'intera giornata a disposizione.
Dopo aver celebrato il mio compleanno e certificato il compimento del mezzo secolo, sono sparita dalle stanze virtuali di Jo come Mina dall'Italia, ma giuro che l'età non ha alcuna correlazione e mai mi è passato per la testa di appendere la tastiera al chiodo perchè mi sento troppo vecchia per certe minchiate (per quelle non si è MAI troppo vecchi): scrivere è e resterà sempre un mio piacere privato, la migliore terapia antiricoglionimento che conosco ed un'efficace cura per l'autostima che da sempre mi accompagna.
La realtà è molto più banale e semplice, il fatto è che mi sono ritrovata piena a dismisura di quegli impegni tipici delle mogli-mamme che ho sempre criticato, non capendo come facessero a protestare per la mancanza di tempo per se stesse, visto che rispetto a me (almeno dal mio punto di vista) avevano molto più tempo per gestire gli impegni casa-famiglia.
Invece no, è proprio qui che sta il tranello: se pensi di avere tutto questo nuovo tempo a disposizione ti senti anche in dovere di riempirlo con nuove incombenze e, se prima avevi la scusa del lavoro che ti impegnava fuori casa 12 ore al giorno, adesso di alibi non ne hai e non puoi pensare di astenerti dal modello #supermom con tutto quello che ne consegue.
Risultato? Amy 2.0 monopolizza le mie giornate ed alimenta la mia ulcera con la sua incompatibilità allo studio, pavimenti e divani hanno improvvisamente necessità di essere ripassati tutti i giorni (mi sono pure comprata una scopa elettrica senza fili per averla sempre pronta all'uso in qualsiasi angolo della casa mi trovi) e mi chiedo come facessi prima a non notarlo, la cucina salutare e dietetica sta diventando una priorità e cucinare tutto in casa una specie di missione santa, la guerra a cibi conservati e veicolo di grassi polinsaturi ha messo al bando ogni genere di merendina preconfezionata, obbligandomi alla preparazione quasi quotidiana di torte e focacce (rigorosamente con lievito madre che va nutrito come un tamagochi sennò muore), lavatrice e ferro da stiro riempiono i momenti rimasti liberi, sia mai che poi mi annoio...
Dimenticavo: come le amiche di Wisteria Lane la mattina vado a fare jogging. Lo faccio quasi sempre, mi piace, mi rilassa e mi carica allo stesso tempo, come la scrittura è un altro momento mio, mi fa stare bene.
Ecco, quest'ultima cosa mi mancherà quando la condizione di casalinga avrà termine, il che mi auguro avvenga entro l'estate, magari con giugno, così le scuole saranno finite e io avrò modo di rilassarmi e smettere di giocare alla moglie di Banderas che fa i biscotti a mano, facendo girare un mulino con la ruota di pietra che credo non esista più nemmeno nel più sperduto villaggio della Basilicata. 
Sveglia Jo! E' ora di togliersi il grembiule e rimettere le scarpe col tacco.

martedì 14 ottobre 2014

Da qui all'eternità, cioè fino a Natale

Uno degli effetti collaterali più frequenti, quando si smette improvvisamente di vivere a 300 all'ora, cercando disperatamente di conciliare lavoro, famiglia, casa, logistica personale (un parrucchiere ogni tanto è un atto di dovuta civiltà) e magari anche qualche piccolo momento d'evasione (un cinema, un teatro, una mostra...quelle cose per cui dopo ti senti in colpa nemmeno ti fossi assentata dagli impegni di mater familias per un mese), è che maturi la sensazione e la convinzione di avere l'eternità a disposizione e, poichè si tratta di una condizione che ti è totalmente sconosciuta, ti ritrovi ad approciarla con l'entusiasmo, l'ingenuità e la rovinosa inesperienza di un adolescente, al quale  i genitori hanno affidato per la prima volta le chiavi di casa e sono partiti per il week-end.
In nemmeno 2 settimane da quando ho salutato il vecchio ufficio sono riuscita a prendere una quantità di impegni che potrebbe bastarmi fino a Natale, perchè lo spirito di Jo non mi abbandona mai e anche se fra poco girerò la boa del mezzo secolo non ho ancora smesso di credere di essere una e trina.
La sensazione dopante che può dare la libertà dagli schemi della consuetudine è devastante e ti avvolge come il canto delle sirene, insinuandoti nella mente che "ecco, hai una seconda possibilità di fare quello che prima non hai fatto", trascurando però di dirti che è - per l'appunto -  UNA seconda possibilità, non TANTE seconde possibilità.
Eccomi qui tutta baldanzosa a giocare il ruolo di madre-premurosa-semprepresente (fra l'altro Amy e Meg non ci sono abituate e mi guardano già di traverso), moglie-superefficiente che si occupa di governare casa in una sorta di ibrido Paola Marella-Ezio Miccio, cuoca-sopraffina che sperimenta portate e pensa di potersi scambiare le ricette con Jamie Oliver e, ovviamente, trainer di una nuova futura figura professionale (data di lancio inizi 2015) che riuscirà a svolgere al meglio il suo ruolo, grazie ad una perfetta preparazione che - guarda un pò - verrà portata avanti  di pari passo con tutto il resto. Sì, lo so, se in questo momento trovassi un quarto d'ora di lucidità per osservarmi dall'esterno probabilmente sarebbe come guardare contemporamente Desperate Housewives, Una mamma per amica, Master Chef Italia e The Apprentice.
D'altra parte bisogna pure mostrare coerenza e mantenere saldi i princìpi perchè, anche nel cambiamento più radicale, la propria natura venga rispettata e in questo - ne sono certa - non mi batte batte nessuno. Basta organizzarsi, no?
Quindi per non farsi mancare nulla e non rilassarsi troppo ho ben pensato di iscrivermi anche ad un corso on-line per apprendere segreti e peculiarità del fare marketing nelle aziende di moda e del lusso (voglio proprio vedere che cosa scopro di diverso da televisori ed ammenicoli elettronici vari con cui mi sono trastullata sinora) che mi terrà occupata per un mesetto, ascoltando videolezioni, interagendo con la classe e svolgendo compiti assegnati nei termini stabiliti.
Così la sera potrò ancora collassare sul divano sfinita, con gli ultimi neuroni che sventolano bandiera bianca e mi pregano di non aprire il libro per rileggere per la decima volta pagina 23.
Perchè tanto mi addormenterò alle prime tre righe, esattamente come ho sempre fatto.

venerdì 26 settembre 2014

L'ultimo giorno della prima parte della mia vita

Stamattina mentre facevo colazione ho pensato "oggi sarà l'ultimo giorno in cui, andando in ufficio, farò tutta una serie di cose che fanno parte della mia vita quotidiana praticamente da sempre".

Assurdamente (o forse sensatamente?) l'elenco che mi sono fatta non comprende quasi nulla che abbia a che fare con attività da supermanager di alto profilo e questo mi ha riempito il cuore di una ventata di aria fresca. Nell'ordine ecco quello che ho pensato:

Non litigherò più con il telecomando che apre la sbarra in uscita anzichè quella in ingresso
Non smoccolerò perchè l'ascensore è al -1 in salita e devo aspettare che arrivi al sesto e ritorni, fermandosi una media di 5 min a piano
Non accenderò più il PC e non andrò in bagno a lavare gli occhiali perchè, per uno strana congettura astrale, mi accorgo che sono lerci appena varco la soglia dell'ufficio
Non sentirò più sbraitare il mio nome alle spalle mentre al telefono sto dicendo che non ci sono 
Non dovrò più cercare di star seria tutte le volte che una riunione inizia con un "Siccome che..."
Non mi lamenterò più perchè andare in bagno a lavarsi i denti dopo pranzo quasi sempre è più impegnativo di una prova per diventare Navy Seal, ma senza il supporto della maschera antigas
Non aprirò più di nascosto la finestra con la maniglia sottratta impropriamente alla manutenzione con il rischio di provocare la bora sull'intero piano
Non dovrò nemmeno più cercare di controllare i muscoli facciali perchè non assumano un'espressione da "penso che tua sia un cretino" durante i marketing meeting
Non lascerò mai più a piedi un presidente 2 volte di seguito in meno di tre mesi
Non penserò più di rischiare la galera per aver sottostimato il potere dei freedrink come call-to-action sul pubblico atteso per un evento
Probabilmente non dormirò nemmeno più in camera tripla pur avendo abbondantemente superato l'età del college
Sicuramente non lo farò più trasportando il letto da una camera all'altra, in pigiama e ciabatte,  insieme ad un facchino cingalese in piena notte

Mi sarebbe piaciuto scrivere che stanotte non ho chiuso occhio pensando a tutto questo, ma non è così, perchè ho dormito benissimo e meglio degli altri giorni.
Sarebbe poetico pensare che mi sento triste all'idea di lasciare, ma nemmeno questo è vero, perchè non mi sento triste affatto. 
Mi mancheranno tutte le piccole stupide quotidianità di questa lunga relazione, che ricordo di più e meglio dei progetti più importanti che ho fatto, ma questo non mi provoca tristezza perchè fanno parte del mio passato e del mio vissuto e stanno lì, insieme al ricordo del primo bacio, delle carote estratte dalla terra insieme a mio zio, del primo giorno di scuola, del momento in cui ho visto le mie figlie per la prima volta o ho parlato con mio padre per l'ultima...
Mia nonna mi diceva che quando si chiude la porta bisognerebbe farlo dandogli le spalle e non guardandola, perchè quel che c'è dietro già lo sai e devi guardare a quello che ancora non conosci. 
Non so se sia vero per tutti, so per certo che è vero per me.


martedì 16 settembre 2014

Non sei (il) solo Luca

Caro Luca, come stai?

Ho saputo del tuo licenziamento e ti scrivo dalle pagine del mio blog per esprimerti la mia solidarietà e tutto il mio conforto (tranquillo, non se lo legge proprio nessuno). 
So cosa stai provando adesso, perché anche io condivido la tua situazione (certo, con qualche differenza sul bonus di uscita, ma non stiamo a guardare il pelo nell’uovo...), ma non ti devi abbattere e devi cercare di vivere questo momento come un’opportunità, come sto facendo io, magari prendendoti una pausa di riflessione.
Per quanto mi riguarda ho dato una frenata così forte a luglio, che adesso non riesco a ripartire. Mi sento come un TIR a pieno carico che prova a sgommare per partire a 100 all’ora, con l’unico risultato di lasciare i copertoni sull’asfalto per muovermi non più di qualche metro.  Metaforicamente parlando, sto in una specie di limbo dai rumori attutiti, confusa da una miriade di forme e colori dalle sfumature più svariate, con l’atteggiamento da rilassata osservatrice sotto l’effetto di stupefacenti non ben identificati.  Capita anche a te o vedi sempre tutto solo rosso?
La cosa strana è che la fine di una relazione di lunga durata, seppure di  natura professionale, dovrebbe portare a un minimo di scompenso, senso di ansia da incertezze future e via dicendo, ma io non avverto nulla di simile e comincio a chiedermi se sia normale che – dopo aver vissuto gli ultimi 10 anni a 300 all’ora in corsia di sorpasso, con i livelli di adrenalina costantemente sopra il limite e la sensazione di affogare come la quotidiana normalità – mi possa essere così facilmente disintossicata dalla sindrome da Dea Khali che mi ha contraddistinta dentro e fuori dall’ufficio. 
Che effetto fa a te che la velocità era il tuo business e adesso ti devi accontentare del rumore del traffico della tangenziale (o forse no, non penso che guidiamo la stessa auto...)?
Non so te, ma io sono in stato confusionale perché non mi riconosco più. Presa la decisione di concedermi un intero mese di vacanza (cosa che non accadeva dalla maternità di Amy 2.0) un po’ per senso di ripicca, lo ammetto (del genere “arrangiatevi un po’ adesso!”), sprofondata in un format vacanziero dove il planning massimo era pensare a cosa infilare nella borsa di paglia e controllare se nel frigo c’era ancora latte per la colazione, devo aver subito una specie di mutazione genetica  che è ancora adesso in atto. Non più bruco, ma nemmeno farfalla, me ne sto bella tranquilla nel mio bozzolo ad osservare quello che fino a poco prima costituiva il mio mondo esterno e tutto ciò che pensavo come irrinunciabile, con la distaccata superiorità di chi sa ormai di non appartenervi più e sta già guardando ad altri orizzonti (sono sincera, non che si veda granchè sinora, ma almeno per ora va bene così). 
Tu hai già iniziato a guardarti in giro o stai ancora pensando a come investire la liquidazione?
Io, rientrata alla scrivania per le ultime settimane nel mio ruolo da castellana della comunicazione di un regno decaduto, faccio fatica a ri-ribaltare (no, non è un errore di battitura, intendo proprio ribaltare il ribaltato) la scala delle priorità della mia giornata, così mi ritrovo ad esempio in un marketing meeting a pensare se per cena siano meglio i calamari con la verdura saltata nel wok (..azz.., mi manca il porro!) o gli spaghetti gamberi e zucchine. E credimi, non è un dilemma da poco, anzi merita più attenzione dei dati di mercato che dovrei tenere in debita considerazione per lo sviluppo del nuovo piano promozionale, ma i cui risultati – per inciso – non sarò nemmeno più qui a valutare e che quindi mi interessano tanto quanto sapere chi sia la neoeletta Miss Italia.
Lo so cosa pensi e hai ragione, mi spiace che tu non abbia la minima idea di come si cucini un porro e non ti puoi neppure distrarre con questo pensiero, ma magari puoi pensare a quale cravatta di Marinella ancora ti manca nella cabina armadio, così tanto per passare il tempo e prenderti una pausa di riflessione.
Tanto lo sappiamo che così non può durare e che fra un po’ sentiremo nuovamente il richiamo del capitalismo e di tutte le sue regole, ma per quanto mi riguarda la terapia estiva ha fatto davvero effetto e la cura disintossicante dovrebbe garantirmi copertura per almeno un altro paio di mesi, nei quali mi potrò dedicare ad attività più serie, come andare al mercato a contrattare il prezzo dei carciofi o discutere con le altre mamme al corso di ginnastica artistica, del fatto che sia meglio il body con le stelle in rilievo perché in foto rende di più. 
Magari tu puoi distrarti con la beneficenza, nel caso ti avanzi qualche spicciolo dal bonus (scusa se batto ancora su questo chiodo, ma che vuoi, ne hanno talmente parlato tutti, male-male non ti è andata, no?):  ti sistema subito la coscienza nel caso tu abbia qualche carognata da farti perdonare e fa sempre tanto filantropo illuminato alla Bill Gates…
Fatti coraggio e cerca di stare su, vedrai che qualcosa salta fuori: non avremo più l’età per fare stage ma, come si dice, l’esperienza è ancora un bel valore da portare in azienda e, se sei stato furbo, avrai ben carpito ai meccanici qualche segreto durante i pit-stop e i cambio gomme. Non storcere il naso, chè meccanici ed idraulici sono più ricercati di un cardiochirurgo (te lo dice una che sta con il rubinetto che perde da un anno).

Se poi dovesse mettersi proprio male, puoi sempre pensare di investire un’altra piccola quota della tua buonuscita (sono petulante dici?) per comprare il campo di porri che sta dietro casa mia, così tu potrai tornare a fare l’AD di un’azienda agricola (magari la chiamiamoa Bio start-up, così è già pronta per essere quotata in borsa) e io – se proprio non ti serve una responsabile del marketing communication – posso sempre venire a casa tua per cucinarti un tortino di porri.

Con tanta stima e rispetto, la tua affezionata Jo.

giovedì 24 luglio 2014

Le regole del mercato virtuale e la cortesia del bottegaio

Questa settimana ho fatto 5 acquisti e, in tutti i casi, non mi sono mai spostata dalla sedia.
Nell’ordine ho comprato sui cosiddetti e-shop  le barre porta-tutto per l’automobile, 3 portabici, articoli per la cura del gatto, una sottogonna e una borsina da sera, giungendo ad una conclusione lapidaria: l’on-line shopping dà dipendenza in sé, indipendentemente da cosa si stia comprando.
Spiego di seguito il perché di questo assunto.
Per quanto in Italia ci sia ancora parecchia resistenza e l’e-commerce stenti a decollare, i vantaggi offerti dai negozi in rete sono davvero molteplici e, in alcuni casi, unici rispetto al negozio tradizionale, per esempio:
ü  la comodità di impostare criteri di selezione molto verticali per arrivare a ciò che cerchi senza disperdere energie (io per la borsina da sera ho speso un intero sabato mattina per visitare solo 4 negozi, spostandomi in auto per raggiungerli, per poi desistere perché non trovavo il genere che avevo in testa)
ü  entrare ed uscire dai negozi con la velocità di una lepre, rivoltando la merce sugli scaffali virtuali senza intravedere la faccia ingrugnita della commessa che ti guarda in cagnesco
ü  nella stragrande maggioranza dei casi puoi verificare subito se il prodotto che ti interessa è come sembra o è meglio che passi ad altro, grazie alla sezione recensioni/opinioni (in alternativa si potrebbe pensare di seguire la ragazza che ha appena acquistato l’olio per capelli che ti ispira tanto e che costa come un anello di Bulgari, scoprire dove abita e presentarsi dopo 2 giorni per sapere se i suoi capelli adesso sono effettivamente come quelli di Kate Middleton)
ü  non dover guardare l’orologio perché il negozio chiuderà fra 10 minuti e la commessa già scalpita
ü  rimanere in pigiama e ciabatte (anche in mutande se fa caldo) per tutta la durata della shopping experience.

Ce n’è poi uno su tutti che io – da brava brianzola un po’ tirchia – apprezzo particolarmente, cioè la possibilità di comparare i prezzi e scegliere, a parità di prodotto o servizio, l’offerta migliore, in un vero trionfo di quella che si definisce “libera concorrenza”.
Trovo fantastica questa totale trasparenza e la facoltà di scelta che il cliente può esercitare, mi ricorda quando andavo al mercato con mia nonna e la vedevo verificare il prezzo al chilo delle melanzane su tutti i banchi della verdura, per scegliere – quasi sempre - quello che costava di meno. E che cura ed attenzione arrivava da quei bottegai per tenersi stretta la cliente: cortesia, sorrisi e un veloce servizio si concludevano sempre con “la tratto bene perché così son sicuro che ritorna da me!”.
Perché anche su quest’ultimo aspetto l’e-commerce non ti delude: tutti i miei 5 acquisti sono arrivati in un massimo di 3 giorni dall’acquisto (in un paio di casi addirittura il giorno dopo!), il servizio post-vendita mi ha relazionato costantemente sullo stato del mio acquisto (pagamento accettato, ordine concluso, merce uscita dal magazzino, merce in consegna) e, laddove ho avuto necessità di chiarimenti o correzioni, i colloqui via mail o telefonici si sono rivelati cortesi e soddisfacenti, con la risoluzione immediata dell’eventuale criticità oggetto del contatto.

D’altro canto, stamattina sono entrata in un supermercato di alimentari per acquistare 2 panini e del prosciutto (mi servivano per la colazione al sacco di Amy 2.0) e, non avendo contanti, ho presentato la mia carta di credito. Sorvolo sul fatto che la persona in cassa non ha risposto al mio “Buongiorno” e non ha neppure sollevato gli occhi per guardarmi, in compenso ha commentato scocciata:
“la carta di credito per 6 euro e 40? Non ha contanti?”
“no mi spiace, non sono riuscita a prelevare” (perché poi mi giustifico?)
“bisognerebbe organizzarsi…e se oggi il POS non funzionasse?”
“perché, non funziona?”
“no funziona, dicevo così per dire”
“meno male, perché io ho solo questa”
“vabbè, la prossima volta però…”

La prossima volta vado su tramezzino.it e ordino il lunch bag per Amy 2.0 fra quelli più costosi, poi passo da te in negozio per mostrarti la conferma d’ordine sullo smartphone e dirti che non mi vedrai più nemmeno per comprare un pacchetto di chewing-gum. 
Perché come avrebbe detto mia nonna “quello lì ha i prezzi più buoni, ma è un cafone”.

mercoledì 25 giugno 2014

Piccoli patrioti tifosi

"Sono troppo arrabbiata mamma, non ci posso credere, non può essere finita!"
Guardo incredula Amy 2.0 - flessuosa ginnasta pre-adolescente, sinora interessata solo dalle evoluzioni di Carlotta Ferlito - accendersi ed accalorarsi per la sconfitta dell'Italia, pettinata dall'Uruguay in una delle partite più brutte di sempre, che di fatto mette fine ad ogni sogno di portarsi a casa una nuova versione della Coppa del Mondo.
Mentre io godevo di una sauna gratuita offerta dalla Stirella in azione su pigna di capi da stirare pari al guardaroba dell'intera delegazione italiana in Brasile, lei seguiva la partita stravaccata sul divano, con una postura scomposta ed un repertorio di vocaboli e gestualità degni del più navigato degli hooligan, tanto che non mi sarei stupita se nell'intervallo si fosse alzata per prendere una birra dal frigo e se la fosse trangugiata in un fiato, con rutto libero a seguire.
"Non si può andare a casa così! Ti rendi conto? Mandati a casa dall'Uruguay"
"Cos'ha l'Uruguay di strano?"
"Non è mica il Brasile"
"Ma nemmeno la squadra dell'oratorio"
"Si vede che non capisci di calcio"
"E tu da quando ne capisci?"

Mi chiedevo dove e quando avesse maturato una tale competenza calcistica ed un tale attaccamento, che fino a quel momento mi erano totalmente sconosciuti. Verosimilmente poche settimane di oratorio feriale l'avevano immersa nell'esperienza del tifo collettivo con relative discussioni pre e post partita di rito e da qui la necessità di disporre di adeguate credenziali d'accesso al gruppo per poterne fare parte e dire la propria. Poi però deve essere scattato qualcosa che ha portato l'esperienza ad un altro livello, il coinvolgimento strumentale è diventato passione e, senza alcuno stimolo da parte nostra, ha generato incredibilmente senso di appartenenza, fierezza ed orgoglio.
Mi stavo quasi commuovendo, ammirando lo spirito patriottico che non avevo mai visto prima in lei, cercavo di sminuire perchè la sua insoddisfazione montava e volevo evitare di che germogliasse in lei un piccolo Biscardi prima ancora di aver raggiunto l'età della ragione.
"Non esagerare ora, ne stai facendo una tragedia, è un gioco e non sarà nemmeno l'ultima occasione che avrai di vederne uno"
"Tu non hai capito. Questa è la prima volta che posso seguire i Mondiali, l'Italia che gioca per vincere contro le altre nazioni, far vedere che siamo i più bravi...anche quattro anni fa  c'erano i Mondiali, ma io ero piccola, non potevo parlarne perchè non capivo bene. Questo, mamma, è il mio primo Mondiale consapevole".

Non avevo considerato i Mondiali da un punto di vista formativo patriottico.
Che dire, può più il pallone che la Costituzione...

giovedì 12 giugno 2014

Morire (adesso) conviene

Si fa un bel dire che la pubblicità dinamica non funziona più. 
Stamattina ho rischiato di stamparmi in tangenziale, ho sfiorato il guard-rail per un soffio e rischiato di carambolare sull’AUDI che procedeva alla mia sinistra in corsia di sorpasso, a causa del messaggio pubblicitario visto sul furgone di un’agenzia di pompe funebri. Ero così rapita dal contenuto che ho realizzato troppo tardi che sarebbe stato utile – quanto meno ai fini documentaristici – scattare una foto al volo (lo so benissimo che non si dovrebbe…) per poter fare un’analisi a posteriori della strategia comunicativa, che a mio parere parte da un concetto fondamentale: morire non è più un lusso per pochi, adesso tutti possiamo permetterci  di farlo perché è arrivato “L’Outlet del Funerale”.
La scelta del naming non è casuale, perché riassume come da manuale la “mission” aziendale: un brand che ti consente di seppellire i tuoi cari (si chiameranno così perchè costano?) a prezzi d’occasione e senza sorprese che possono farti sforare il budget. Sì, perché se di questi tempi il nonno ultranovantenne che faticava a campare con la pensione di 500 euro al mese decide di passare a miglior vita, accompagnarlo nell’ultimo viaggio può costare una cifra che l’italiano medio, ora come ora, fatica a mettere insieme con lo stipendio di 3 mesi. 
Ed ecco quindi l’intuizione di business: il funerale low cost a pacchetto, da scegliere in base alle proprie esigenze come l’abbonamento della palestra - basic, medium o premium – come strillato a lettere cubitali dalle fiancate del furgone che ha rischiato di farmi quasi ammazzare.
Ci tengo a precisare una cosa: non mi interessa farne un discorso etico o morale - anche perché di argomenti da commentare in tal senso ne avrei ben altri - ma questa realtà ha scatenato in me tutta una serie di elucubrazioni e proiezioni di quello che potrebbe potenzialmente svilupparsi su questa scia, in tempi di ricerca forsennata di contesti produttivi o ancora in crescita, che potrebbero dare nuova linfa a un mercato del lavoro in stagnazione, magari aiutati da incentivi statali posti in essere dal governo di turno. Le possibilità sono davvero infinite, io ne ho immaginate alcune.
Il nascere di nuove catene di discount? Franchising organizzati che si spartiscono il territorio in base alla percentuale di ottuagenari prossimi all’estremo saluto, piuttosto che aree inquinate dove la permanenza media in questo mondo è limitata? 
E come gestiremo l’offerta commerciale per  far fronte alla libera concorrenza? Operazioni Sottocosto (offerta limitata per i primi 100 defunti)? Rottamazione (portaci una vecchia lapide, te la valutiamo 100 Euro!)? 3x2 (sotterra madre e padre, se ti muore uno zio il suo funerale è gratis)?
Perché una cosa è certa, questo è un mercato che non si esaurisce, la domanda rimarrà costante e si tratterà soltanto di trovare nuove formule per affermarsi e battere la concorrenza, guadagnando quote che consentano di supplire alla riduzione della marginalità, come ci insegna il capitalismo globale.

Un solo dubbio mi rimane, legato all’idea fissa che mi tormenta da un po’ di tempo a questa parte, cioè che il nuovo concetto di sharing economy soppianterà in tempi nemmeno troppo lunghi l’attuale  modello economico. Quando questo avverrà, l’Outlet del Funerale sarà abbastanza smart da cogliere l’opportunità e proporre il funerale di gruppo, con l'acquisto dei loculi in multiproprietà?
Ripensandoci questa idea me la tengo per me , potrei averne bisogno in futuro per sviluppare una promozione vincente da iscrivere al Grand Prix della Pubblicità.

mercoledì 4 giugno 2014

A lezione di marketing dal mio panettiere

Sabato mattina Romano, il mio panettiere, aveva un cartello appeso in vetrina: 
“1 lit di latte in omaggio con l’acquisto di 1 Kg di pane speciale”.
Stamattina ho aperto gli occhi e questo è stato il primo pensiero che mi è passato per la testa. Sarà che ero più dolorante del solito, con questa maledetta cervicale che mi perseguita e la consapevolezza che l’appuntamento dall’osteopata ancora una volta è stato rimandato perché c’è sempre qualcosa di più urgente che si sovrappone (la festa di fine anno della scuola, una riunione improvvisa, la convocazione di un’assemblea straordinaria per le scuole medie del prossimo anno…). Comunque, mi sono svegliata e – con il pensiero del cartello di Romano in testa - ho sorriso subito dopo aver aperto gli occhi, mentre una piacevole sensazione positiva si allargava fino a solleticarmi le dita dei piedi. Non c’era nulla di diverso dagli altri giorni, ma la luce che filtrava dalle imposte, le voci che arrivavano dalla cucina insieme all’odore del caffè, il gatto che miagolava davanti alla porta della camera da letto perché voleva entrare, mi hanno fatto pensare qualcosa che dovrei pensare più spesso, cioè che ho tutto quello di cui ho bisogno e che mi complico la vita alla ricerca di formule che mi possano garantire felicità. E’ tutto lì, nel cartello della promozione di Romano.

Mi sono svegliata filosofa-tantrica? Non credo proprio vedendo quanto ancora riesco ad incazzarmi per un nonnulla, ma mi rendo conto di come tutto quello che fino a ieri aveva costituito la mia vita professionale (e quindi di riflesso quella privata) fissando punti di riferimento, convinzioni e certezze, si stia sgretolando ogni giorno di più, lasciando entrare la luce della consapevolezza che questo non sia per niente un momento negativo, ma il principio di una nuova e migliore fase della mia vita. E magari una vita lavorativa, per intenderci, dove non sprechi un terzo delle tue giornate giustificando e dando un senso ad attività promozionali che tu non avresti mai deciso, che di senso non ne hanno e che – soprattutto – sai già che falliranno e quindi il tuo compito diventa  quello di metterci più di una pezza, tamponando le falle dove si aprono, confrontandoti con cervelli che, a livello di sviluppo, non sono un dito oltre lo stadio embrionale e che, proprio per questa ragione, occupano ruoli strategici da cosiddetti “decision maker” dall’apparente importante incarico di #creare burocrazia laddove non serve e #complicare processi di una semplicità basilare.
Perché, diciamocelo pure, la più grande invenzione di marketing è il marketing stesso, che ci ha fatto credere e fa credere ancora che per vendere un prodotto serva la conoscenza strategica di elementi di antropologia, economia internazionale, alta finanza e tecniche di negoziazione, il tutto condito da un glossario di termini inglesi (possibilmente acronimi) di cui i più ignorano completamente il significato (io stessa dopo 25 anni ancora non sono certa di cosa sia davvero un grp) ed avvalorato da altisonanti titoli accademici presi a suon di migliaia di euro per ogni anno di iscrizione: conosco giovani colleghi sui quali i genitori hanno investito cifre che definirei “considerevoli” per farne dei novelli marketing manager, che probabilmente sarebbero bastate a sfamare i bambini del Burkina Faso fino alla fine del nuovo secolo. Il che, a mio dire, si sarebbe rivelato un investimento più intelligente ed oculato, visti i risultati scarsi e la totale incapacità dell’uso puntuale del congiuntivo da parte di queste creaturine stereotipate.

Stamattina, nella penombra della mia camera, sorridevo immaginando Romano - 120 Kg d’uomo dal passo lento, che quando non panifica gira per il paese in cerca di immagini da fermare con la sua Leica appesa al collo – convocare la sorella ed il congolese che lo aiutano al forno per una riunione strategica sul business plan del prossimo trimestre e discutere – dati oggettivi e ricerche di mercato alla mano – le azioni da intraprendere per favorire una rotazione più rapida delle pagnotte multicereali rispetto al pane comune, i canali sui quali attivarle, il periodo interessato e l’incidenza del costo relativo sul marginal profit del totale product mix…
Magari sabato, quando torno a prendere la mia scorta di michette, provo a chiedergli se ha voglia di condividere quanto ha stimato di ROI (significa Return on Investment, non fate finta di saperlo).

mercoledì 21 maggio 2014

Il potere occulto della Nutella

Ci sono molte cose che possono farti cadere in tentazione e cancellare in meno di un nanosecondo mesi di sofferenze imposte da una dieta che nemmeno Pannella riuscirebbe a sostenere: mezzo chilo di sushi trangugiato a pranzo pensando che non abbia calorie, il banco del bistrot dove la collega (bastarda) ti ha trascinato il venerdì pomeriggio per l'happy hour, gli spaghetti alla chitarra della suocera la domenica dopo che hai dormito fino a mezzogiorno…Una però è davvero diabolica e a mio parere andrebbe classificata come sostanza stupefacente, al pari della cannabis o dei funghi peyote. Sono arrivata a questa conclusione non tanto dopo anni di consumo (moderato, genere “smetto quando voglio”), ma dopo aver tentato più volte ed inutilmente di fabbricarla in casa. Adesso mi spiego.
Anche quest’anno a Pasqua è arrivato in dono dalla grande concessionaria un mega-uovo di cioccolata, un evento sempre festeggiato con grande entusiasmo dall’intera famiglia perché rassicura che potremo anche morire di fame, ma lo faremo avendo tutte le endorfine cariche fino all’ultimo giorno.
Ora, per quanto ti possa piacere il cioccolato, mangiarne 5 kg prima che inacidisca non è un’impresa semplice per nessuno, perciò ogni anno, nei mesi immediatamente seguenti all'arrivo dell'uovo, la cucina è tutta un profumo che si sprigiona da forno e fornelli, grazie alla produzione in serie di torte al cioccolato di diversa esecuzione, mousse e budini, fino anche solo al cioccolato sciolto per accompagnare la fonduta di frutta. Quest’anno, per cambiare, mi è venuta la malsana idea di proporre ad Amy 2.0 (la bambina più onnivora di tutto l'universo criato, come direbbe il grande Camilleri) “proviamo a fare la Nutella?” Domanda idiota, perché Amy 2.0 è una specie di squalo che divora ogni genere commestibile, con pochissime esclusioni, e nemmeno il tempo di aspettare la risposta aveva già fra le mani la scatola contenente i resti dell’uovo, dopo che questi era stato preso a martellate per cavarne la sorpresa. Il passo successivo è stato documentarsi fra i blog di cucina: ho trovato un miliardo di ricette e fra queste ho selezionato quelle di più semplice esecuzione, poi come sempre le ho mischiate fra loro tirandone fuori una versione “jo-style” e mi sono messa all’opera. Tempo di preparazione relativamente breve, il prodotto finale però era una buonissima crema al cioccolato (molto cioccolato, forse troppo), che però non aveva nulla a che vedere con l’originale.
Ovviamente nell’arco di 3 giorni non ne era rimasto nemmeno un grammo, manco fossero passate le cavallette, e siccome Amy 2.0 ci ha preso gusto ("è MOOLTO più buona questa!”), nelle ultime 3 settimane l’ho rifatta almeno 5 volte, variando ogni volta le proporzioni degli ingredienti. Una volta meno cioccolato, una volta più nocciole, più latte, un pò meno olio, con lo zucchero semolato, no meglio quello vanigliato…ho perfino cambiato strumento, passando dal mixer grande, attraverso il frullatore, fino al mixer fine…
Conclusione: come narco-chef non valgo niente, non c’è verso di arrivare a quel sapore e quella consistenza che ti fa sbavare come un bobtail cui passano il barattolo sotto il naso. Perchè la Nutella ha un che di mistico, capace di farti passare dal paradiso all'inferno in quel breve lasso di tempo che passa fra lo stato di estasi olfattivo-gustativo più totale e il momento in cui ti accorgi di averne mangiato 10 cucchiai da minestra e il bruciore alla lingua si fa strada inesorabile.
Da qui una serie di considerazioni:
1 che cavolo c'è in quel barattolo oltre agli ingredienti dichiarati sull'etichetta?
2 come mai a nessuno è mai  venuto in mente di chiedere la IGP?
3 come mai non è ancora stata dichiarata illegale (storicamente tutto quello che provoca piacere lo è)?

Mi rendo conto che questo è un post di assoluta inutilità, ma mi piacerebbe sapere se questi dubbi ce li ho solo io o se li è posti qualcun altro.
Dopodichè sono altrettanto consapevole che queste domande resteranno senza  risposta e che il segreto della Nutella rimarrà inviolato in eterno come il terzo mistero di Fatima.

martedì 13 maggio 2014

La rehab strategy della mucca Pina

Forse le logiche della società moderna, dove ritmi di vita, usi e costumi portano i livelli di stress a dimensioni pericolosamente sovrumane, non sono appannaggio esclusivo del genere umano.
Ieri sera osservavo la mucca Pina (non è che si chiami esattamente così, ma ho sentito l'esigenza di battezzarla con un nome proprio per quello che adesso spiego), nuovamente ricaduta nella depressione post-partum. No, non è una battuta, è proprio così.
Pina è una delle mucche dell'azienda agricola dietro casa dove andiamo a prendere latte alla spina (Amy 2.0 vuole solo questo e si accorge immediatamente quando, colta da pigrizia, cerco di rifilarle il latte comprato al supermercato, seppur fresco e di alta qualità) e quando partorisce un vitello si prepara per lei un percorso di profondo turbamento, che inizia quando - per ragioni d'allevamento - viene separata dal suo cucciolo.
La Pina (da non confondersi con la nota dj) va in crisi, entra insomma in uno stato di depressione e smette di mangiare e di produrre latte. Ecco che quindi - devo dire con un'atteggiamento affettuoso - viene lasciata libera di uscire dalla stalla e di pascolare all'esterno, in un area verde, dove può dividere il tempo e lo spazio con una famiglia di asini, guardare le stelle (quando ci sono) e rilassarsi sul morbido prato.
Io non lo so cosa passi per la testa della mucca Pina, forse è solo vittima di un banale crollo ormonale e la spiegazione di tutto sta semplicemente in una causa biologica.
A me però piace immaginare che la Pina, come tutte le donne che devono mettere insieme  lavoro e famiglia, ogni tanto raggiunge il limite massimo, oltre il quale c'è il cosiddetto burn-out. Perciò si  prende una bella pausa, facendosi passare per sciroccata e guadagnando in un solo colpo un momento tutto per sè, lontano dalle incombenze domestiche e professionali costituite da toro, vitelli e mungitrici.
Alzi la mano chi di noi - donne/mamme/lavoratrici - ogni tanto non ha desiderato fortemente poter premere il pulsante HOLD ed entrare in una dimensione di piacevole solitudine, dove infilarsi in una vasca da bagno con gli occhi chiusi, ascoltando un benefico silenzio, magari pensando che domani non andremo all'ennesimo inconcludente business meeting.
Cara la mia Pina, hai tutta la mia stima e piena approvazione.

venerdì 9 maggio 2014

Bambini che fanno piani quinquennali

"Mamma quanti tipi di liceo ci sono?"
Amy 2.0 esordisce così, appena seduta a tavola per la cena, neanche il tempo di dire buon appetito.
"Il liceo classico, lo scientifico, il linguistico..."
" e basta?"
" c'è anche quello artistico, il sociopedagogico..."
" e poi?"
" e poi...non mi ricordo (veramente non lo so, non sono stata dietro agli ultimi cambiamenti)..."
Meg 2.0 sbuffa, poi dall'alto della sua esperienza di ex-liceale aggiunge:
"se la domanda è quanti tipi di scuole superiori ci sono, poi ci sono gli istituti tecnici"
"e cioè?" Amy 2.0 ha l'aria scocciata di chi non riesce a sostenere una conversazione soddisfacente e sta incominciando a pensare che nessuno di noi sia all'altezza della situazione
"per esempio l'alberghiero, il turistico..."
"non si chiama più così, mamma" adesso ci si mette pure Meg 2.0 a darmi dell'ignorante. Conto fino a 10 mentalmente.
"Oggi a scuola io e miei amici parlavamo di quello che faremo. Lorenzo ha detto che c'è un liceo dove puoi studiare gli strumenti musicali, sì insomma...diventi un musicista"
"il conservatorio?"
"ecco, quello lì! Io voglio fare il conservatorio"
"Ok, va bene"
"Però vorrei fare anche la cantante e l'attrice. Me lo fanno fare lì?
"No, ci sono altre scuole dove si impara a recitare..."
"ok, quali sono?"
"dobbiamo proprio parlarne a cena? Considerando che non hai ancora finito le elementari, non mi sembra ci sia così tanta fretta"
"si tratta del mio futuro" Amy 2.0 mi guarda dritta negli occhi con un'aria solenne, poi prende la forchetta e inizia a mangiare le sue penne al ragù.
"Capisco, ma avrai tutto il tempo per farti un'idea e decidere"
"Eh già, mi dici come faccio se qui nessuno sa tutte le scuole che si possono fare? Se mi iscrivo a una di quelle che conoscete voi e poi scopro che ce ne sono altre che mi piacciono di più?"

Bambina previdente, non fa una piega.

mercoledì 7 maggio 2014

Non sono Julia Roberts

"...sorridete un sacco, fate vedere i denti. Dal vivo sembrerete false come Giuda, ma in video funzionerà..."

Dopo 3 giorni di atroci dubbi e ripensamenti (lo faccio-non lo faccio, sì però no, ma sì mi butto, ma poi tutto il web mi vede...) rompo ogni indugio: il videocontributo per lo spot di lancio di Networkmamas (la mia nuova avventura) s'ha da fare.
Fa niente se nel frattempo sono le nove di sera, la luce naturale (suggerita come ideale) ha lasciato posto al buio e l'angolo studio che ho deciso sarà lo sfondo del mio siparietto si trova nel bel mezzo del salotto, animato da tutta la famiglia (gatto compreso) che schiamazza intorno alla TV, quindi dovrò aspettare che Amy 2.0 vada a dormire (N.B. su Sky c'è "50 volte il primo bacio" ed lei ha deciso che sta alzata per guardarlo fino alla fine) e la dolce metà stramazzi nel coma apparente come ogni sera.
Nessun problema, userò questo lasso di tempo per fare le prove, con la diligenza di quando avevo 5 anni ed ero la stella delle recite dell'asilo (la massima gloria raggiunta con la sostituzione  della protagonista della recita per la festa della mamma causa morbillo, a soli 2 giorni dal debutto e senza saper leggere il copione). Quindi mi sono scritta le mie battute su un foglio (poi lo avrei usato come "gobbo"), prendendo i tempi, tagliando e modificando dove necessario per stare nella durata indicata. Poi sono andata in bagno a fare una prova davanti allo specchio per vedere l'effetto "a crudo" e... PANICO!
Chi è quella cariatide con l'occhio vitreo? La bocca sembra abbia una paresi e la testa si muove a scatti, come quella dei cagnolini di peluche sul retro delle auto!!!
(P.S.: @ Networkmamas: ma che idee vi vengono? Qui si offre consulenza, mica un comic show...)

Me ne sono tornata in salotto, meditando di non farne più nulla e mi sono messa a guardare il film con Amy 2.0, fino a quando è finito e lei se ne è andata a dormire. Poi però lo storyboard mandato dalla crew di Networkmamas ha incrociato il mio ego di quando avevo 5 anni e mi sono autoconvinta che "se hanno dato l'oscar a Julia Roberts, forse posso farcela anche io", quindi sono partita, dando istruzioni a destra e manca nemmeno fossi Sofia Coppola: tu marito alle riprese, tu gatto sul balcone per non dar fastidio. Ciak si gira!

Morena prima: sguardo vuoto in camera (non mi ricordo cosa devo dire)
Morena seconda: si vede lontano un miglio che guardo il testo che ho scritto
Morena terza: riesco a dire tutto (yeah!), ma 'sta ca..o di testa che si muove sempre...
Morena quarta: mi incarto alla terza parola
Morena quinta: perfetta! (peccato la camera fosse in stand by...)
Morena sesta: sento il peso della fatica, sono tutta storta verso sinistra...
Morena settima: sono espressiva come un teletubby, che pietà
Morena ottava: eh basta, va bene la settima (anche perchè è mezzanotte passata)

Ora, giuro solennemente che non criticherò mai più i ragazzini e la loro fobia di far video per raccontare qualsiasi cosa sul web. L'avessi fatto anche io, a quest'ora Julia Roberts mi porterebbe l'accappatoio in camerino.



giovedì 17 aprile 2014

AAA, professionista multitasking offresi, astenersi holding


Devo essere stata profetica qualche mese fa, quando mi è venuta voglia di fare l'elenco dei mestieri utili con cui reinventarsi (o riciclarsi), in vista di un evento soprannaturale.
Ed eccomi accontentata: la scorsa settimana l'evento è accaduto, anche se aveva poco di soprannaturale (o magari sì e io non l'ho ancora capito) e fra breve avrò del tempo a disposizione per pensare a cosa fare nella seconda parte della mia vita lavorativa (considerando che fra non molto dovremo lavorare fino a 80 anni, sono circa a metà).
Al momento le idee sono tante e tutte diligentemente confuse, vanno nelle direzioni più spaiate e, potendo, vorrebbero trovare forma anche tutte quante insieme, perché sono una brava e moderna Jo 2.0, direttamente allenata dalla dea Kali.
Per adesso le lascio sfogare, stile "lasciate che le idee vengano a me".
Ma sì, via, allo stato brado, pascolate in libertà per qualche mese brucando felici l'erba fresca della creatività senza freni inibitori, poi vedremo quale di voi sarà stata quella più combattiva e tenace da tenermi testa con coerenza e razionale attecchimento.
Certo è che l'idea di rientrare nuovamente nelle dinamiche di una multinazionale è l'ultima che mi attira, dopo il full immersion di inutilità cui mi sono sottoposta negli ultimi anni, cose che - lo ammetto - sfuggono alla logica della mia mente semplice e priva di adeguati titoli accademici. Dopotutto mi considero sempre ed ancora una mestierante del pensiero creativo, che si limita a trovare il modo di raccontare una storia con le parole più adatte per l'interlocutore che le sta di fronte e faccio fatica a capire come si possa avere "una migliore implementazione della strategia di comunicazione" eliminando chi la dovrebbe implementare.
E quindi che si fa?
Intanto piantarla con questa lagna seriosa che nemmeno Maria De Filippi mi reggerebbe e pensare, come farebbe Jo, che anche i capelli tagliati prima o poi ricresceranno.

lunedì 30 dicembre 2013

So far tutto o forse niente. I propositi del nuovo anno.

Poniamo che la notte dell'ultimo dell'anno un'onda elettromagnetica di una particolare combinazione, tale da spazzare via tutto tranne gli esseri viventi, vegetali ed animali (ipotesi molto improbabile, ma non ci scommetterei la liquidazione che fosse del tutto impossibile), gli equilibri del sistema economico attuale verrebbero del tutto ribaltati: supermanager del marketing strategico, teorici dello sviluppo di nuove tendenze, organizzatori di eventi e tutta una schiera di planner, account, pierre, producer, stylist, trend setter, personal shopper e via dicendo, varrebbero improvvisamente quanto un turnista della Fiat di Termini Imerese, mentre il mio fornaio e il ragazzo che aggiusta le biciclette entrerebbero nella classifica di Forbes, come "stipendi d'oro"..

Per farmi trovare pronta e preparata nel caso stanotte accada l'irreparabile, prima di andare a dormire ritengo utile stilare una classifica di quali potrebbero essere le professioni più ricercate da domani mattina (magari poi modifico anche le skills del mio profilo su LinkedIn e chiedo ai miei contatti di darmi l'endorsment per il taglio e cucito) e vedere - in base a quello che so fare - quanto valgo su questo nuovo mercato:

1. medico (è indubbio che la bronchite continueremo ad averla e agli uomini verrà sempre la prostata, ma al massimo potrei offrirmi come infermiera, nemmeno professionale) Includo in questa categoria senza speranze anche il dentista. 0 punti

2. fornaio (alzi la mano chi pensa di poter fare a meno di uno sfilatino appena sfornato; con un pò di pazienza penso di poter fare grandi cose). 7 punti

3. meccanico (lo avevo messo al quinto posto, ma considerando quante volte si è guastata l'auto usata appena comprata ho pensato che bisognava salire di ranking). Qui vado diritta a 0 punti

4. sarta (e qui tiro fuori il mio corso di taglio e cucito che mi fa guadagnare punti extra! Al massimo le cuciture dei pantaloni saranno un pò storte, ma considerando che le riunioni di marketing saranno state soppresse non dovrebbe essere un gran problema). 8 punti

5. agricoltore (con le piantine aromatiche non me la cavo male, anche se tutti gli anni mi muore la pianta della salvia, ma non si può mica riuscire in tutto, no?). 6 punti

6. parrucchiera (piuttosto ci copriremo con foglie di fico, ma alla tinta non rinuncerà nessuna di noi; potrei iniziare al lavatesta, poi se imparo veloce...). 4 punti

7. idraulico! (già si faceva pregare prima, adesso penserà di essere una specie di rockstar...domani mattina inizio subito a studiare). 0 punti

8. macellaio (neanche ci provo). 0 punti

9. cuoco (non sarò Cracco, ma faccio la mia porca figura). 7 punti

10. disegnatore (metti che proprio per tutti i mestieri sopra non risulto abbastanza qualificata, posso sempre rispolverare le mie doti di visualizer, anche se non potrò più chiamarmi così, sennò i muratori e gli imbianchini mi escluderanno dal loro circolo). 7 punti


Considerando il punteggio totale, speriamo che  domani notte non succeda niente.



sabato 28 dicembre 2013

La mia Befana usa i guantoni, le calze costano troppo

Non è che voglio fare la diversa per forza, l'originale a tutti i costi, l'outsider (e mettiamocelo un termine inglese, fa subito trendy e sui social network ti classifica meglio).
La realtà è che sono un pò tirchia, così quando ho visto quanto mi sarebbe costato preparare 8 calze della Befana per i miei colleghi ho cercato subito un'alternativa e ho trovato dei bellissimi guanti da cucina al costo di 90 centesimi di euro l'uno. Meno di così ci sono solo i sacchetti per surgelare...

Fatto questo acquisto "intelligente", posso dedicarmi al contenuto, tenendo sempre presente che, come degna seguace di Jo, lo farò in mezzo ad altre duecento faccende, quindi fondamentale trovare una ricetta che non mi occupi troppo tempo da cui ricavare biscotti alla zucca (no, non sono in ritardo per Halloween, sono convinta che la zucca faccia tanto feste di Natale come il panettone e il cotechino).
Sono partita da una ricetta che ho trovato su questo blog, il cui nome mi sembrava un bel biglietto di presentazione http://www.gnamgnam.it/2013/11/20/biscotti-alla-zucca.htm, ovviamente con le mie rivisitazioni e varianti, a partire dagli ingredienti, che per me sono stati:

300 grammi di zucca lombarda già pulita
150 grammi di farina 0 Manitoba
100 grammi di farina di riso
70 grammi di zucchero
1 uovo intero
olio di semi di girasole (circa mezzo bicchiere)
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di lievito per dolci
cannella in polvere
1 cucchiaino di liquore alla mandorla
mandorle già sgusciate non spellate

IMPORTANTISSIMO, TEMPO DEDICATO: dalle 21:30 alle 23:00

Per prima cosa ho pulito la zucca da semi e buccia e l'ho cotta a vapore in pentola a pressione (in tutto ci vogliono circa 12 minuti, di cui solo pochi di cottura, mentre pulire la zucca è la vera rottura).
Mentre la zucca cuoce ho preparato i guantoni, attaccando il ciondolino natalizio, e tagliato 8 rettangoli di carta trasparente per alimenti, quella che servirà poi per confezionare i biscotti.
A cottura ultimata ho fatto sfiatare la pentola a pressione e tolto subito la zucca, messa su un piatto a "raffreddare" in balcone (non ho mica l'abbattitore di Ernst Knam!). Se vi va bene come a me e fuori la temperatura è vicino allo zero, basteranno 5 minuti.
Una volta raffreddata, ho messo la zucca nel robot e l'ho frullata insieme al pizzico di sale, aggiungendo poi le farine e lo zucchero e, mentre il robot gira, aggiunto l'uovo e, quando questo si è amalgamato, l'olio. Qui servono altri 5-6 minuti

Ora una precisazione è d'obbligo: una cosa è la teoria, un'altra la pratica, che insieme alla fretta e la voglia di fare dieci cose insieme sono cattive consigliere e nel mio caso l'impasto che doveva venire sì appiccicoso, ma consistente, si presentava decisamente troppo morbido per formare biscotti.
Quindi da qui in poi la ricetta prende una strada propria e per ognuna diversa a seconda del tipo di zucca usata, della velocità del robot (che probabilmente era meglio non usare, ma lavorare a mano è una palla e io, l'ho già detto, non sono in corsa per Master Chef Italia) e di altre variabili. Cosa ho fatto? Intanto ho aggiunto un pò più di farina, però la pasta più di tanto non si induriva, perciò sono passata ad un'alternativa drastica: l'ho stesa su una teglia come una focaccia, ho distribuito le
mandorle a distanza più o meno costante e ho infornato (180° ventilato, circa 20-25 minuti). Sfornato, ho aspettato che si raffreddasse a sufficienza (5 minuti nel mio personale "abbattitore" costituito dal balcone), poi ho tagliato la pseudo-focaccia a pezzetti, cercando di includere una mandorla in ogni pezzo. Et voilà, biscotti alla zucca home-made, modello Jo.
Considerando il confezionamento (a proposito, io ne ho messi 4 pezzi per ciascun pacchetto, ho aggiunto un bigliettino con 8 pensieri diversi e "su misura" per ciascun destinatario e poi ho infilato il pacchetto nel guantone), in totale ci ho messo circa un'ora e mezza, ma ero un pò cotta dopo una giornata di lavoro, volendoli fare di giorno secondo me si può pure far prima...


domenica 15 dicembre 2013

Dal ricettario di Wonder Woman: Crema di zucca e frittata di spinaci, con lavaggio maglioni e stiratura di copripiumino

Odio il lunedì, perchè è il giorno che ho destinato allo stiro, visto che - con i bucati del fine settimana - il cestone porta biancheria arriva al limite ed è necessario svuotarlo. E' uno dei giorni in cui mi convinco di essere una e trina e raggiungo livelli di potere vicini a quelli di Wonder Woman.

Allora, partiamo dai tempi come farebbe un meccanico della Ferrari al pit stop:

ore 19:30   arrivo a casa
ore 21:00   mettere le gambe sotto la tavola imbandita (target ambizioso, ma mi piacciono le sfide)

Cose da farsi prima di andare a dormire: nutrire la famiglia, lavare una serie di maglioni rigorosamente a mano e stirare quantomeno i copripiumini (1 matriminiale + 2 singoli), che sono la biancheria più ingombrante ritirata dagli stendini del week-end. Pronta? Via!

19:35, mi sono spogliata a tempo record e ho indossato la tuta e, tornando verso la cucina, ho estratto dal ripostiglio l'asse da stiro, collocandolo in soggiorno, aperto e pronto per il più infame dei lavori domestici (almeno per me).

19:40 ho messo a mollo in acqua fredda e poco detersivo i 3 maglioni che mi ostino a lavare a mano, nella speranza che non diventino stracci per il pavimento alla loro prima stagione

19:55 tornata i  cucina, ho tolto dal frigo gli ingredienti per la crema di zucca: mezza zucca gialla lombarda (per inciso: non sono della Lega, è che quella napoletana fa troppa acqua e non sa di niente), 1 piccolo porro, finocchio e un pugno di lenticchie rosse decorticate. In questi 15 minuti ho:
tolto i semi e la buccia alla zucca e l'ho fatta a pezzi grossolani che ho sciacquato velocemente, lavato il porro che ho fatto a pezzetti e trasferito nella pentola (a pressione ovviamente, sono multitasking come tutte le donne, ma non sono mica Mandrake...); a questo punto vi serve un bollitore (la tecnologia aiuta) per scaldare l'acqua che aggiungerete poi (mettetela a bollire ora, fra qualche minuto vi servirà). Del finocchio ho utilizzato solo la parte alta (i gambi insomma, quelli che normalmente si buttano) perchè hanno meno filamenti, puliti per bene, lavati e fatti a tocchetti, che ho messo in pentola insieme al resto e ad una manciata di lenticchie rosse decorticate (si sfaldano e rendono più corposa e saporita la crema).
Ho aggiunto un filo d'olio, timo e maggiorana e ho acceso il fuoco; giusto qualche minuto di soffrittura, per fare insaporire fra loro le verdure, poi ho aggiunto l'acqua bollente (quanto? che ne so, io vado a occhio, probabilmente più di mezzo litro ma meno di un litro...), un dado vegetale, una macinata di pepe.
A questo punto pentola chiusa, lasciamo che cuocia in solitudine...

20:00 Arrotondo di cinque minuti, potrei aver preso male i tempi prima...

20:05  metto la stirella sull'asse da stiro, riempio il serbatoio con 2 misurini di acqua e accendo; porto la pila dei copripiumone da stirare

20:13 Sono sicura, mi sono cronometrata, otto minuti sono il tempo che mi occorre per sciacquettare su e giù i 3 maglioni, procedendo poi con 2 risciacqui, infine stesura dei capi grondanti acqua sullo stendino da vasca da bagno. Mi autoconvinco che il movimento mi ha fatto bene ai bicipiti, sennò mi partirebbero certe madonne che neanche Caino...
Devo tornare in soggiorno, la stirella dovrebbe essere pronta

20:45 ma vi rendete conto? Mezzora del mio tempo stasera se n'è andato per stirare, il lavoro più becero fra le faccende domestiche e uno di quelli che si fa una fatica boia a dividersi con il nostro uomo ("cucino io amore, tu stira pure..." è una frase che riconoscete?). Perchè qualcuno ha inventato pantaloni e camicie che non hanno bisogno di essere stirati, mentre esistono solo lenzuola che continuano ad uscire dalla lavatrice che sembrano plissettati?

Wonder Woman ha compiuto la missione anche stavolta! L'orologio in cucina segna le 21:00: nell'ultimo quarto d'ora ho spento la pentola a pressione, fatto sfiatare e frullato tutto con il minipimer (mi è andata bene, l'acqua era della quantità giusta!), infine ho aggiunto un pezzetto di burro, mentre il resto della famiglia ha apparecchiato la tavola. Gasatissima ho tostato il pane a fette nel tostapane, preparato i formaggi sul tagliere di legno, lavato ed affettato il finocchio a cui avevo rubato i gambi, infine ho impiattato la crema di zucca.
A questo punto, orgogliosa per aver raggiunto l'obiettivo, ho chiamato la famiglia a tavola, che appena seduta mi ha riportato alla cruda realtà sentenziando con fare deluso e un pò schifato "Hai fatto solo questo da mangiare?"

Dunque, vediamo: forse se evito di togliermi cappotto e scarpe, così vado direttamente in cucina quando arrivo, la prossima volta magari riesco a preparare anche un arrosto.







domenica 1 dicembre 2013

Mamma da Mulino Bianco in meno di 30 minuti

Quando i sensi di colpa mi assalgono più prepotentemente del solito l'unico antidoto sono i fornelli, l'ambiente dove la mia parte creativa ha ancora modo di esprimersi e che dà sicuramente più soddisfazioni di un delirante marketing meeting.
Ovviamente il tempo è quello che è, quindi sto diventando maestra nell'arte di selezionare (e spesso modificare senza ritegno) quelle ricette che per tempi e modi fanno al caso mio e che solitamente si risolvono in non più di 30 minuti.
Se state pensando che non sia un'idea originale, perchè Jamie Oliver ci ha già pensato e ci ha fatto pure del business sul tema, vi rispondo che io nei 30 minuti solitamente ci infilo pure una lavatrice, i letti da rifare e, quando sono proprio brava, pulisco anche il bagno, proprio come la mitica signora Luisa delle reclame degli anni '70.
Veniamo al dunque: la ricetta in questione è un dolce (sistema i sensi di colpa più velocemente di un arrosto), molto semplice e, se vogliamo, nemmeno troppo calorico rispetto la media.

TORTA DELL'ASSOLUZIONE (io almeno, l'ho battezzata così)
Tempo necessario per la preparazione: 26 minuti

Ci vogliono: 1 yogurt a scelta (stavolta ho usato gusto strudel), con il cui bicchiere va dosato anche lo zucchero (2 bicchieri scarsi), la farina (3 bicchieri) e l'olio di semi di girasole (1 bicchiere scarso); lievito per dolci, 2 uova, 1 mela, 1 pera, zucchero di canna.

Ho usato il robot (si risparmia parecchio tempo), dove ho versato lo yogurt, insieme a zucchero, farina ed una presa di sale. In totale 5 minuti.
Messo in moto il robot, ho aggiunto le uova, una alla volta, lasciando che la prima di amalgamasse bene (ogni tanto ho dovuto aprire il robot e rimestare usando la spatola, perchè all'inizio la pasta è dura). In totale 7 minuti.
Ho aggiunto il lievito da dolci e, dopo un minuto, il bicchiere di olio e ho lasciato frullare ancora un pò, diciamo per 3 minuti (quindi in totale 4 minuti) e intanto accendo il forno ventilato, termostato a 180°.
A questo punto l'impasto è pronto e, siccome fra una frullata e l'altra sono riuscita a foderare la tortiera con la carta forno, lo posso già versare dentro. Raschiare il bicchiere del robot con la spatola è noioso e mi porta via ben 3 minuti.
A questo punto sbuccio la mela e la faccio a fettine, che infilzo verticalmente nell'impasto in senso diametrale.
La stessa cosa faccio con la pera, le fettine le infizo fra una fetta di mela e l'altra, così da alternare il gusto e riempire per bene tutta la tortiera. Questo lavoro è lunghetto, ci vogliono 7 minuti.
A questo punto l'ultimo tocco: una bella spolverata con lo zucchero di canna, così poi in forno si dorerà. Ci vuole solo 1 minuto e poi in forno, per 45 minuti (la cottura però non conta e non vi dico cosa sono riuscita a fare in tutto questo tempo...)

giovedì 7 novembre 2013

Professione Zombie

Non dovrei dirlo perchè è come fare harakiri, ma il mio mestiere è morto. Anzi no, peggio: è malato terminale, soggetto ad un lento ed inesorabile declino, portandosi dietro una sofferenza cronica in attesa della fine già annunciata.
Svegliatevi signori del marketing e della comunicazione, non serviamo più a nessuno!
Se da una parte la rete e le nuove vie della comunicazione digitale hanno stravolto logiche e dinamiche che perduravano da un secolo più o meno immutate, dall'altra parte le aziende non hanno afferrato bene le conseguenze di questo cambiamento: all'inizio continuando ad operare senza tenerne conto, poi improvvisamente ribaltando totalmente le strategie e le logiche di investimento, come in una sorta di inversione ad U in autostrada il giorno dell'esodo estivo.
In pratica noi che nella firma abbiamo scritto "responsabile della comunicazione" ci siamo ritrovati dalla posizione di chi cercava di portare innovazione - proponendo di spostarsi dal solito e affidabile (per chi poi?) media mix TV+stampa+affissione che accompagnava i lanci prodotto o le feste comandate - a quella di venditori di fumo senza conoscenza del moderno business, costretti a dimostrare con modelli derivati dal teorema di Pitagora ogni singolo centesimo da investire in pubblicità, nonchè sottoposti, a campagna terminata, al giudizio di un vero plotone di esecuzione, pronto a mandarti sulla forca se il ROI (formula maledetta che ricorda nell'acronimo i poteri assoluti del Re Sole) non corrisponde esattamente alla previsione fatta dal Mago Merlino di turno.
Ergo, se prima eri un cretino perchè ti permettevi di proporre una campagna di guerrilla o l'uso di YouTube (You cosa?) adesso non capisci un tubo (ecco cos'era!) perchè sentenzi che fare unicamente campagne su Google non sia sufficiente se il tuo prodotto non è una bottiglia di Coca-Cola (che fra l'altro nemmeno segue questa illuminata strategia).
Inutile contare poi sulle analisi post-campagna, sperando in risultati che attestino che avevi ragione tu: ci sarà sempre un genio che produrrà un documento etereo che si guarderà bene dal fornire spunti utili e veritieri.
A me di recente ne è capitato uno che concludeva con un'enunciazione che è una vera perla, che riporto integralmente:

.".. ROI is below target in some countries, mostly due to high activation spending and sales being below target".

Io non ci sarei mai arrivata.